Personaggi

Obiettivo primario: riabilitare la figura del posatore

 Intervista a Pietro De Spirt, presidente regionale dei posatori veneti di Confartigianato

 
A cura di Cinzia Marzolini

Foto PietroLa figura professionale del posatore sta assumendo sempre maggiore importanza. Lo sviluppo del mercato nella ristrutturazione e manutenzione edilizia ha infatti aumentato il suo livello decisionale ponendolo in diretto contatto con il committente finale. Si ha però l’impressione che nessuno abbia le idee ben chiare su chi sia in realtà il posatore e quale mestiere svolga. Proviamo a sgombrare il campo dagli equivoci: ci spieghi lei cosa vuol dire essere posatore.

Il mercato oggi posiziona il posatore in condizione di estrema responsabilità e necessariamente di grande professionalità. Questo è dato anche dal fatto che, come ha già detto, il mercato dell’edilizia in Italia oggi, è maggiormente rappresentato dai momenti di recupero e ristrutturazione e questo pone il posatore a diretto contatto con i proprietari, ossia i committenti di questi lavori. Da qui la necessità per il posatore di avere una professionalizzazione di altissimo livello, che lo metta nelle condizioni di poter conoscere perfettamente tutte le caratteristiche e i requisiti non solo dei materiali da posare che, nel corso degli anni, sono diventati sempre più evoluti e dettagliati ma anche di tutto quello che sta “sotto il pavimento”. Le caratteristiche di pregio di una piastrella, inoltre, senza una corretta posa, diventano nulle. Pertanto, sotto il profilo della responsabilità nell’eseguire un’opera, il posatore, sta diventando un vero e proprio tecnico capace di posare correttamente un materiale specifico in ambienti particolari. Quando un lavoro è svolto da un posatore istruito, formato e quindi dotato di alto valore professionale, si può dire che è eseguito seguendo il concetto della regola d’arte, che, dovrebbe essere, un principio cardine di tutta l’attività di posa.

Oggi l’ambito della posa è percorso da due grossi raggruppamenti del lavoro; uno è quello direttamente rappresentato dai singoli posatori, imprenditori di se stessi o piccolissime imprese, l’altro, quello rappresentato da grosse strutture di posa, spesso anche collegate con i rivenditori edili. Cosa possiamo dire guardando questo tipo di profilo del mercato.

In passato, il rivenditore, era un operatore che si preoccupava esclusivamente di vendere il prodotto, quello che succedeva al di fuori dei suoi cancelli non era di sua competenza. Oggi è completamente diverso e ci sono servizi di posa che vengono direttamente gestiti dai rivenditori. Occorre fare una premessa: la piastrella è un semilavorato e, venduta e posata, permette al rivenditore di ottenere detrazioni fiscali importanti, per questo motivo il rivenditore ha tutto l’interesse a posarla, e spesso lo fa risparmiando anche sulla posa, scegliendo spesso posatori non troppo professionalizzati. Tutta questa situazione non ha fatto altro che svilire il ruolo del posatore.

Questa difficoltà nel distinguere due figure, apparentemente simili ma profondamente differenti, si azzererà a breve con l’imminente approvazione della normativa sull’accesso alla professione, che vuole proprio fare chiarezza su questi ruoli troppo a lungo confusi e mischiati. Quando parlo di accesso alla professione mi riferisco a qualificazioni che diventeranno necessarie per le imprese, le quali dovranno rispondere a determinati requisiti economici, finanziari, tecnici e generali.

Questa qualificazione creerà una netta separazione tra ciò che sta avvenendo ora e come, la legge stessa, ha pensato di proiettare la professione del posatore per il futuro. Ossia una figura iscritta ad un albo specifico e che sia dotata di una determinata professionalità.

L’iscrizione all’albo, inoltre, varia in base al tipo di iscrizione: 1.000,00 Euro annui per potersi iscrivere come edile e fare tutte le lavorazioni, oppure 500,00 Euro per chi si iscrive nella speciale sezione di posatori/pittori.

Il distributore inoltre, per poter svolgere anche la posa dei materiali che vende, dovrà iscrivere i suoi posatori alla camera di commercio, dimostrando che, ognuno di loro possiede 15.000,00 Euro di attrezzature in proprietà.

L’accesso alla professione ha come obiettivo principale quello di riabilitare la figura del posatore. Si parlerà di diplomi, corsi di specializzazione, aggiornamenti continui e di certificati che attestino le reali capacità del posatore. Non va dimenticato che il posatore è l’unica professionalità a mettere le mani sulla piastrella, una volta che questa esce dalla casa produttrice.

È quindi evidente che forse la figura dei rivenditori uscirà da tutte queste normative parecchio penalizzata. Pensa che, vedendosi complicare un’entrata sicura, non faranno niente per sistemare le cose?

I produttori certo ne usciranno un po’ scoraggiati e il momento storico ed economico non li aiuta, ma bisogna fare una precisazione: ognuno deve fare il proprio mestiere con professionalità e non si può sempre pensare di essere “monopolisti”. Così come il posatore non importa piastrelle dall’Autria o dalla Germania, allo stesso modo i rivenditori non possono fare che non li competono.

Nei numeri scorsi abbiamo pubblicato diversi articoli rivolti ai posatori e forte è stata anche la risposta da parte degli stessi. Diversi posatori hanno riscontrato parecchi problemi di concorrenza con la posa straniera, cosa ci può dire in merito?

La Corte di Giustizia Europea si è pronunciata da tempo sul fatto che le imprese straniere non extracomunitarie possano operare sul territorio italiano, qualora dimostrino i requisiti che vengono richiesti nel proprio territorio. La Francia è un esempio di come, i requisiti che vengono richiesti, si basano proprio sulla regola generale appena citata di reciprocità, che è una regola fondamentale del diritto internazionale: io ti faccio lavorare se mi dimostri che hai i requisiti richiesti nel tuo territorio.

I posatori giustamente si chiedono quanto stia facendo il Governo Italiano per fermare determinati fenomeni di concorrenza sleale che vengono dalla Slovenia, dal Portogallo e, soprattutto, dei nuovi paesi della comunità europea, quelli dell’ex blocco Est, in quanto si dovrebbe procedere, come accade in tutti gli altri paesi, alla verifica dei requisiti del loro paese d’origine.

Un esempio su tutti: c’è una ditta di Venezia che va a fare un appalto in Romania, l’ente appaltante rumeno gli chiede una dichiarazione di conformità del materiale italiano alle regole della Romania. Stiamo parlando di soggetti appaltanti che partecipano ad una gara e gli vengono richiesti requisiti secondo la legislazione degli appalti rumeni. In Italia lo stesso procedimento viene applicato sistematicamente per le ditte straniere? Ecco dov’è la differenza: in Italia ci accontentiamo, non creiamo mai ostacoli a queste ditte straniere, che il più delle volte costano meno e posano male.

Come anticipato, negli anni è diventato sempre più stretto il contatto tra posatore ed utente finale. Cosa si chiede maggiormente alla Vostra categoria dal punto di vista del prodotto finito?

La fiducia tra posatore e cliente finale, effettivamente, si è solidificata negli anni, questo perché, vogliamo che il cliente si senta sicuro al momento dell’acquisto.

Al di la delle certificazioni di qualità che accompagnano i materiali, per noi è diventato fondamentale dare risposte certe ai nostri clienti in relazione al materiale che viene utilizzato per i lavori connessi all’opera da eseguire. Ad esempio dobbiamo assolutamente saper informare il nostro cliente che il materiale scelto è idoneo per essere posato in un bagno a pavimento ma non in rivestimento; vogliamo che il nostro cliente finale scelga il prodotto più duraturo, più qualitatevole e che risponda alla sue esigenze.

Le caratteristiche specifiche della ceramica, generalmente, non sono conosciute dai nostri clienti. È a noi posatori che viene riconosciuta questa funzione che non si limita ad assicurare il cliente affinché ottenga una lavorazione a “Regola d’arte”, ma rappresenta, per noi, anche un modo per tutelarci, un domani, di fronte a contestazioni, proprio per non aver adempiuto a questa assoluta necessità di informazione.

Diciamo quindi che il rapporto di fiducia che si crea tra posatore e committente finale è basato proprio sulla consapevolezza di trovarsi di fronte ad operatori in grado di fornire tutte le risposte in funzione di una ottimizzazione della qualità del lavoro finito.

 

 

Edilizia sostenibile:

Il contributo delle piastrelle di ceramica

 

Giorgio TimelliniGiorgio Timellini

Professore di Scienza e Tecnologia dei Materiali – Università di Bologna

Direttore del Centro Ceramico di Bologna (Centro di Ricerca e Sperimentazione per l’Industria Ceramica – Consorzio Universitario)

 

E’ ben noto, anche in questo periodo di crisi, che l’industria italiana delle piastrelle di ceramica, mantiene una posizione di leadership, a livello mondiale, per quanto riguarda la qualità ed il design dei prodotti e tecnologie di fabbricazione. Oggi questo non basta più per resistere efficacemente all’attacco competitivo dei paesi emergenti sul mercato internazionale. Oggi è necessario, per l’industria ceramica italiana, muoversi per rafforzare la propria posizione sul mercato internazionale grazie ad un’altra leadership, relativa alla qualità ambientale ed alla sostenibilità. Cerchiamo, in questa breve nota, di interpretare questo obiettivo e di analizzarne contenuti e strumenti, facendo riferimento al comparto dell’edilizia, nel quale le piastrelle di ceramica per il rivestimento di pavimenti e pareti trovano appunto la loro normale applicazione.

Il punto di partenza è che, nell’edilizia, il tema della sostenibilità sta diventando sempre più importante e strategico, tanto da essere espressamente considerato anche nella legislazione e nella normativa. Ad attivare questo processo è certamente la consapevolezza del contributo che appunto l’edilizia può dare allo sviluppo sostenibile, e dei margini di miglioramento veramente rilevanti che, rispetto alla sostenibilità, caratterizzano questo comparto, sia nel campo delle nuove costruzioni, sia in quello del recupero e restauro.

Dal punto di vista legislativo, si rileva che sono già in vigore disposizioni sulla certificazione energetica degli edifici di nuova costruzione e degli edifici esistenti che subiscono ristrutturazioni importanti. E’ invece ancora in corso di sviluppo la disciplina sugli “acquisti verdi” della pubblica amministrazione (Green Public Procurement: disciplina che prevede l’inserimento di criteri di qualificazione ambientale nella domanda che le Pubbliche Amministrazioni esprimono in sede di acquisto di beni e servizi), applicata all’edilizia ed ai prodotti per le costruzioni.

Dal lato normativo, in relazione agli obblighi della marcatura CE, il Regolamento Europeo sui prodotti da costruzione – attualmente ancora in fase di discussione, e destinato a sostituire la precedente Direttiva 89/106 EEC – include la protezione dell’ambiente (valutata con riferimento all’intero ciclo di vita dei prodotti) e la sostenibilità fra i requisiti essenziali delle costruzioni, e chiede ai pertinenti comitati tecnici CEN di sviluppare apposite specifiche tecniche armonizzate per i prodotti da costruzione, congruenti con i citati requisiti essenziali.

In questo scenario legislativo e normativo sull’edilizia sostenibile si inseriscono diversi strumenti da utilizzare per conseguire gli obiettivi di sostenibilità discussi. Alcuni di questi strumenti sono volontari, e sono rappresentati da marchi e schemi di certificazione energetico-ambientale degli edifici, che integrano l’obiettivo di riduzione dei consumi energetici con ulteriori obiettivi più specificamente ambientali. Fra questi ricordiamo LEED [Leadership in Energy and Environmental Design, del US GBC (Green Building Council)], ora disponibile e riconosciuto anche in Italia grazie a GBC Italia; BREEAM (Building Research Establishment Environmental Assessment Method), sviluppato da BRE, Regno Unito; Casa Clima, Italia, focalizzato soprattutto sul risparmio energetico; ITACA, etc. Sono tutti strumenti volontari, dunque non cogenti, ma di crescente popolarità e diffusione, tanto da configurare, in alcuni paesi, delle scelte rese di fatto obbligatorie dalle richieste del mercato.

I prodotti per edilizia, come le piastrelle di ceramica, ricevono significative e sempre più pressanti sollecitazioni “ambientali” non solo dal mercato dell’edilizia, ma anche dei prodotti di consumo in generale. Si registra nei paesi più avanzati, di pari passo con l’evidenza già odierna dei prossimi o futuri devastanti effetti che l’attività umana ha sul degrado ambientale e sull’esaurimento delle risorse del pianeta, una crescente consapevolezza e motivazione verso l’uso di prodotti certificati per il loro basso impatto ambientale, nell’arco del rispettivo ciclo di vita. Un numero crescente di utilizzatori pone la compatibilità e sostenibilità ambientale ai primi posti fra i criteri di scelta di prodotti di consumo ed anche di prodotti da costruzione, accanto alla funzionalità, alla qualità ed alle prestazioni in esercizio, al costo.

L’industria italiana delle piastrelle di ceramica si sta muovendo, ormai da tempo, nel contesto ora schematicamente descritto, con grande attenzione e motivazione, seguendo fondamentalmente due strade diverse, ma con obiettivi strategici concorrenti e sinergici.

La prima strada è quella della certificazione ambientale di prodotto, attraverso la quale l’azienda produttrice si mette nelle condizioni di potere dimostrare quantitativamente ed in modo documentato e verificabile, e di comunicare agli utilizzatori in modo credibile, attraverso appunto un processo di certificazione di terza parte indipendente, le eccellenti prestazioni ambientali possedute dai prodotti fabbricati ed immessi sul mercato. Ed anche di fornire agli architetti ed ai progettisti interessati a sviluppare progetti di edifici certificati nell’ambito degli schemi sopra citati (LEED, BREEAM, etc.) informazioni del pari documentate, certificate e credibili sul contributo che le piastrelle prodotte possono fornire al raggiungimento di tale obiettivo. E’ questa una strada aperta e pienamente disponibile alle industrie ceramiche italiane, le quali possono fare affidamento su due ordini di vantaggi: a favore sia delle piastrelle di ceramica rispetto a materiali concorrenti di diversa natura, sia delle piastrelle di ceramica “made in Italy” rispetto ai prodotti di altri paesi.

Il primo vantaggio è rappresentato da alcune proprietà importanti ai fini della sostenibilità (ambientale, economica, di sicurezza e comfort), intrinsecamente associate alla natura ceramica delle piastrelle in esame: materiali duri e durevoli, inerti, esenti da emissione di sostanze pericolose (come i VOC, composti organici volatili), resistenti al fuoco, pulibili ed igienizzabili.

Il secondo vantaggio è rappresentato dal livello di eccellenza ambientale raggiunto dalle industrie e dai prodotti italiani, grazie ad un impegno più che quarantennale nello studio, nella riduzione e nella prevenzione degli impatti ambientali in tutte le fasi del ciclo di vita (dalla culla alla tomba, e soprattutto nella fase di fabbricazione). Un impegno – va sottolineato – oneroso e continuo negli ultimi quattro decenni, concretizzatosi con l’adozione delle migliori tecniche disponibili in campo ambientale, con amplissimo anticipo sia sulla promulgazione della ben nota Direttiva IPPC sulla prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento (la legge in base alla quale tutte le industrie ceramiche italiane hanno dovuto richiedere ed ottenere una nuova Autorizzazione Inegrata Ambientale), sia rispetto a tutti gli altri paesi produttori.

Lo strumento principale in questo contesto è il marchio ecologico europeo Ecolabel. Il regolamento per i cosiddetti rivestimenti “duri” stabilisce una decina di requisiti molto severi (ovviamente notevolmente più severi degli eventuali requisiti legislativi corrispondenti) sulle più importanti e significative fasi del ciclo di vita (quali uso di sostanze pericolose, consumo energetico, emissioni in atmosfera, riciclo/riutilizzo di scarti, consumo idrico e riciclo delle acque reflue, etc.). Il marchio viene concesso ai prodotti, su richiesta dei rispettivi produttori, da un apposito comitato interministeriale, il Comitato Ecolabel-Ecoaudit, sulla base di istruttoria e verifiche ispettive a cura di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Dunque è un marchio “pubblico” ed “internazionale”, promulgato e valido in Europa ma conosciuto in tutto il mondo.

Ad oggi nell’Unione Europea sono 15 le organizzazioni (aziende/gruppi ceramici) titolari di licenza Ecolabel per propri prodotti: di queste 13 sono italiane. Quasi 7.500 sono i prodotti (piastrelle di ceramica) cui in Europa è stato assegnato il marchio Ecolabel: di questi circa 7.450 sono prodotti “made in Italy”. E sono già molte, ed in aumento, le aziende che perseguono un rapporto con gli architetti/progettisti basato sulla comunicazione non solo delle caratteristiche tecniche ed achitettoniche, ma anche delle prestazioni ambientali dei prodotti. Questi dati confermano l’impegno e la motivazione dell’industria ceramica italiana verso un rafforzamento della competitività sostenuto dall’impegno nel campo dell’ambiente e della sostenibilità.

La seconda direzione è l’innovazione di prodotto e di processo, con la finalità di realizzare nuove piastrelle “funzionalizzate”. Funzionalizzare una piastrella di ceramica significa impartirle proprietà aggiuntive e speciali, rispetto alle funzionalità “di base” tecniche ed architettoniche: di un materiale da costruzione utilizzato per rivestire pavimenti e pareti, cui è richiesto di resistere ed assicurare una conveniente durabilità nelle specificate condizioni di esercizio, e di soddisfare le esigenze estetico-arredative ed architettoniche del committente.

Diverse sono le funzionalizzazioni oggi oggetto di ricerca e sviluppo anche a livello industriale. La maggior parte di esse sono accomunate nella condivisione dell’obiettivo della tutela e conservazione dell’ambiente, della sicurezza, dell’igiene e del comfort del pubblico, insomma della sostenibilità.

Le principali funzionalizzazioni ad oggi sperimentate ed applicate riguardano la superficie delle piastrelle. Ne citiamo alcune, in un quadro certamente non esaustivo ed in pieno fermento, e con diverse distanze dal mercato (alcune sono ancora oggetto solo di sperimentazione in laboratorio o su piccola scala, altre sono già commerciali):

  • Piastrelle/superfici ceramiche fotovoltaiche

  • Piastrelle/superfici ceramiche fotocatalitiche

  • Piastrelle/superfici ceramiche antibatteriche

  • Piastrelle/superfici ceramiche autopulenti

Anche le piastrelle e le lastre a spessore sottile, sulle quali si registra oggi un forte interesse dei produttori, hanno una valenza di sostenibilità: spessore più sottile, nel rispetto di adeguati requisiti tecnici, significa meno peso, meno consumo di risorse, meno costi ed impatti ambientali per il trasporto.

 

 

 

Breath Building di Dante O. Benini & Partners Architects

Nuovo riferimento per via Torino a Milano

10DOB_230_32Via Torino è uno dei principali assi cardine su cui si è sviluppata la maglia radiale di Milano. Nasce da Piazza del Duomo e crea una lunga prospettiva con edifici storici di pregio che accompagnano lo sguardo dentro la città. Tra le significative emergenze storiche, all’angolo con Via Speronari sorgeva un fabbricato di qualità corrente con necessità manutentiva e di adeguamento normativo. La committenza ha incaricato il restyling corposo e d’impatto. Si è scelto un approccio che portasse ad un risultato che rivalorizzasse non solo l’edificio in sé ma tutto il tratto di via, un nuovo riferimento, un landmark riconoscibile ed identificativo comunque mai sovrastante o eccedente sul contesto. La proposta è stata quella di creare su tutta la facciata dell’edificio uno scenario sempre mutevole e dinamico così come è la città di Milano, di riproporre i colori morbidi, caldi e scintillanti delle stagioni. La necessità di risolvere invece problemi come l’inquinamento, la congestione e cementificazione hanno ispirato l’idea di associare la superficie del fabbricato a quella delle foglie autunnali di albero. Quindi una facciata naturale, ecologica, che respira… L’insieme del tutto ha portato ad un’immagine vibrante, contemporanea ricca di significato e di forte impatto emotivo. La seconda pelle traspirante è una schermatura dalla tripla funzione. E’ un filtro solare, un correttore ottico e uno scambiatore termico. I pannelli in lamiera microforata ottemperano alla prima funzione tramite un dispositivo elettrico computerizzato che permette di interagire individualmente con la schermatura andando a scegliere l’opportuna inclinazione del pannello a seconda dell’incidenza del sole. La micro foratura è un espediente che permette un cambiamento percettivo dell’oggetto a seconda della distanza da cui si osserva. La superficie è completamente opaca se osservata da distante. Allinterno dell’edificio invece il pannello diventa trasparente come una tenda. Con i pannelli in configurazione completamente chiusa, le correnti che si incanalano attraverso i grigliati metallici interpiano nascosti dietro la seconda pelle, per effetto tubo venturi, creano una lama d’aria ascensionale espellendo in copertura l’aria calda migliorando quindi il raffrescamento estivo mentre nei periodi invernali le stesse aumentano l’inerzia termica dell’involucro. Qualsiasi scelta di materiale è stata fatta affinché l’intero involucro edilizio fosse completamente smontabile, facilmente mantenibile e riciclabile e naturalmente in alte performance energetiche. La facciata non è più quindi una semplice composizione architettonica ma una vera tecnologia basata su principi naturali a basso impatto ambientale a disposizione dell’edificio stesso e degli inquilini che ve ne fanno uso. Le scelte sull’illuminazione hanno cercato di esaltare il progetto ricorrendo a un “gioco“ scenografico simile a quello realizzabile con il tulle teatrale che, se illuminato anteriormente, rivela la sua presenza e nasconde quanto è situato dietro; se illuminato posteriormente, “scompare” e mostra, in una trasparenza un po’ offuscata, quanto è collocoato in secondo piano. In questo caso, allo stesso modo, si è pensato a due tipi di illuminazione. Una esterna, che “bagna” di luce l’involucro di pannelli microforati e ne esalta i colori autunnali, e un’altra, interna, che illumina la vera parete esterna dell’edificio, donando alla pelle metallica la trasparenza di un velo. Ultimo elemento a coronamento della forte identità del concept è da considerarsi l’aggiunta della statua sullo spigolo dell’edificio. E’ la volontà di portare l’arte in strada, con cambi stagionali o annuale delle opere d’arte in cui si potrà avere l’occasione di inventare mostre dedicate all’articolo e comunque all’arte contemporanea esposta come segnale e riferimento culturale del “breathing building”.

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